Dal 1996, con la riforma Dini, l’Italia calcola le pensioni con il sistema contributivo. È però un cambiamento più profondo di come viene di solito raccontato.
Nel sistema precedente contavano gli ultimi stipendi, mentre oggi conta quanto hai versato in tutta la vita lavorativa: gli anni a reddito basso, i buchi contributivi e i periodi da autonomo restano dentro il calcolo per sempre. Vediamo prima come funziona il meccanismo, poi cosa comporta nella pratica.
Il calcolo, in tre passaggi
Il primo passaggio è il montante. Ogni anno una quota della tua retribuzione dovrebbe entrare in un conto figurato — il 33% per i dipendenti, il 26,07% nel 2026 per chi è in Gestione Separata, aliquota che dovrebbe restare più bassa a lungo. Non sono soldi accantonati da qualche parte, però: è un credito registrato a tuo nome.
Il secondo è la rivalutazione. Il montante cresce ogni anno con la media quinquennale della crescita del PIL nominale, che in genere è modesta, quindi non con i mercati e nemmeno con l’inflazione, ma con quanto cresce l’economia italiana. In un paese a bassa crescita questo è il primo dei problemi.
Il terzo è il coefficiente di trasformazione, per cui al pensionamento il montante viene moltiplicato per un valore che dipende dall’età raggiunta.
| Età al pensionamento | Coefficiente | Su 300.000 € di montante |
|---|---|---|
| 67 anni | 5,608% | 16.824 € l’anno |
| 71 anni | 6,510% | 19.530 € l’anno |
Coefficienti da decreto direttoriale del 20 novembre 2024, in vigore per le decorrenze 2025–2026.
Quattro anni di lavoro in più valgono perciò circa 2.700 euro l’anno di pensione in più. Questo prima ancora di contare i contributi versati proprio in quei quattro anni.
I coefficienti peggiorano e c’è una data
I coefficienti vengono rivisti ogni due anni sulla base della speranza di vita, con revisioni quasi sempre al ribasso: se si vive più a lungo, lo stesso montante deve essere distribuito su più anni.
Dal 1° gennaio 2027 scatta la prossima revisione e insieme sale l’età per la pensione di vecchiaia: 67 anni e 1 mese nel 2027, 67 anni e 3 mesi nel 2028.
Chi matura il diritto in quegli anni rischia di subire due effetti sfavorevoli insieme, poiché esce più tardi e con un coefficiente inferiore. Non è però una manovra straordinaria: è il meccanismo automatico che tenderà a funzionare così a ogni revisione successiva.
Il tasso di sostituzione, cioè il numero che conta
È il rapporto fra la prima pensione e l’ultima retribuzione, che dice in sostanza quanto del tuo tenore di vita il sistema pubblico riesce a coprire da solo.
Per i lavoratori autonomi le stime lo collocano oggi intorno al 50%, in discesa verso il 44,7% entro il 2040. Per i dipendenti è più alto, però anch’esso in calo, mentre per chi ha carriere discontinue le medie contano davvero poco.
La differenza fra quello che riceverai e quello che ti serve è il gap previdenziale. Quanto vale il tuo? Finché resta una sensazione invece di una cifra, non è pianificabile in alcun modo.
Pensione pubblica stimata 1.600 euro al mese, tenore di vita desiderato 2.300: il gap è di 700 euro al mese, cioè 8.400 euro l’anno. Per generarli da un capitale prelevando il 4% l’anno servirebbero circa 210.000 euro.
È una cifra grande, che in genere diventa gestibile solo distribuendola su molti anni. Trent’anni di versamenti richiedono infatti uno sforzo mensile molto inferiore a quindici.
Tre conseguenze che il meccanismo produce
Il funzionamento tecnico spiegato sopra ha effetti pratici che raramente vengono detti in modo esplicito.
Gli anni iniziali pesano quanto gli ultimi. Nel sistema retributivo un aumento a fine carriera si rifletteva sull’intera pensione, mentre oggi ogni anno entra nel montante per quello che vale. Un anno a reddito basso a venticinque anni resta lì per sempre, perciò chi comincia tardi difficilmente potrebbe recuperare lavorando meglio dopo.
I buchi contributivi non si richiudono da soli. Un anno senza versamenti è un anno di montante mancante, più tutta la rivalutazione che avrebbe accumulato fino alla pensione. È il motivo per cui i periodi di disoccupazione pesano molto più di quanto la loro durata suggerisca.
Posticipare l’uscita ha un effetto doppio, poiché aggiunge contributi al montante e allo stesso tempo alza il coefficiente. Sono due leve che agiscono nella stessa direzione: è la ragione per cui la scelta del momento pesa più nel contributivo che nel sistema precedente.
Che cosa puoi fare, allora, se le regole peggiorano a ogni revisione? Una cosa sola, però è sotto il tuo controllo: accumulare altrove, cominciando presto, poi sapere quanto ti manca invece di stimarlo a sensazione.
Dove guardare i tuoi numeri veri
Tutto quanto sopra diventa utile solo se applicato al tuo estratto conto contributivo, che è disponibile nell’area riservata INPS.
Due cose andrebbero verificate, però quasi nessuno lo fa. La prima è che tutti i periodi lavorati risultino effettivamente registrati: i periodi scoperti dovuti a contratti brevi, tirocini o passaggi fra gestioni diverse sono frequenti, mentre correggerli dopo trent’anni è molto più difficile che farlo adesso.
La seconda riguarda quali gestioni compaiono. Chi ha lavorato come dipendente e come autonomo ha contributi su casse diverse, che di solito vanno cumulati o ricongiunti secondo regole che cambiano parecchio il risultato finale.
Cosa questo calcolo non ti dice
Le simulazioni valgono a regole costanti. Ogni proiezione, compresa quella dell’INPS, assume che coefficienti e requisiti restino quelli attuali. Non lo saranno, però: la revisione del 2027 è soltanto la prossima di una serie.
La rivalutazione dipende dal PIL, che nessuno può prevedere. È la variabile più incerta del calcolo e insieme di quella su cui hai meno controllo.
Il tasso di sostituzione medio non è il tuo, poiché dipende dalla tua carriera specifica: quando hai iniziato, quanto hai guadagnato, quanti mesi mancano. Le medie servono in genere a capire la direzione, non a pianificare.
Resta comunque un punto fermo, che giustifica da solo il tempo che ci dedichi: nel sistema contributivo l’unica variabile che controlli davvero è quanto e quando accumuli. Tutto il resto lo decidono la demografia e la crescita. Rifai la stima ogni due anni, in genere subito dopo la revisione dei coefficienti, poiché una proiezione fatta con le regole vecchie invecchia in fretta.
Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. Coefficienti: decreto direttoriale 20 novembre 2024. Requisiti 2027–2028: adeguamento automatico alla speranza di vita.