La domanda che ricevo più spesso è «in cosa devo investire?». Quasi sempre però è la quarta domanda che ognuno si dovrebbe porre. Le prime tre non riguardano i mercati, eppure da esse deriva gran parte del risultato finale: vanno poste subito. Queste sono più noiose, ma si sistemano in poche settimane e senza di esse anche il portafoglio migliore rischia di rompersi all’improvviso.
1. Il fondo di emergenza
È fondamentale avere una riserva di liquidità immediatamente disponibile prima di investire in qualsiasi cosa. La regola classica è mantenere liquidi l’equivalente di spese correnti che va da un minimo di tre mesi fino a un massimo teorico di sei.
Senza un cuscinetto il primo imprevisto ti costringerebbe a vendere — e gli imprevisti possono sempre accadere, non necessariamente quando i mercati sono alti. Il fondo di emergenza non serve a te: serve a proteggere il tuo portafoglio da te stesso.
Quanto dovrebbe essere, esattamente? Con 2.000 euro di spese mensili, fra 6.000 e 12.000 euro. Chi ha un reddito da lavoro dipendente stabile può stare più basso; un autonomo con incassi irregolari dovrebbe stare in alto e valutare anche nove mesi.
C’è però un avvertimento importante da tenere in conto: fra il 2022 e il 2025 i prezzi in Italia sono saliti del 17,1% (ISTAT), cioè la liquidità ferma ha perso circa il 14,6% del suo potere d’acquisto. Perciò il fondo di emergenza va dimensionato, non massimizzato. Collocalo in strumenti sempre liquidabili che garantiscano al contempo un certo rendimento che possa almeno compensare la perdita del potere d’acquisto.
2. I debiti costosi
Investire sperando in un rendimento del 6% mentre si paga un credito al consumo al 10% è un’operazione che appare produttiva, ma che nella sostanza produce una perdita certa.
Estinguere un debito equivale matematicamente a ottenere un rendimento pari al suo tasso, con la differenza che quel rendimento è garantito e netto d’imposta. Nessun investimento offre queste due caratteristiche insieme, poiché un rendimento del 10% garantito non esiste sul mercato: esiste soltanto dal lato del debito.
Fanno eccezione i debiti a tasso basso, tipicamente i mutui accesi negli anni in cui i tassi erano contenuti. In quei casi il confronto resta aperto e va fatto sui numeri, non per principio. Inoltre andrebbe considerato che estinguere in anticipo consuma liquidità che potrebbe servire altrove, perciò la decisione ha senso dopo aver sistemato il primo punto, non prima.
Un errore di sequenza che vedo spesso
Molti saltano il secondo passo perché il debito «è piccolo» e investire sembra un’attività più costruttiva.
È comprensibile: estinguere un debito non produce niente di visibile, mentre un portafoglio che cresce si guarda volentieri. L’aritmetica però non premia le sensazioni. Con 8.000 euro di credito al consumo al 10% e 8.000 euro investiti al 6% lordo, ogni anno si perde la differenza fra i due tassi e sul lato dell’investimento si paga anche il 26% sul guadagno.
Lo stesso ragionamento vale al contrario per chi rimanda l’investimento fino ad aver estinto il mutuo. Un mutuo all’1,5% acceso nel 2021 non è un debito costoso, perciò aspettare vent’anni prima di iniziare rischia di costare molto più degli interessi che si risparmiano.
La soglia utile è quindi il confronto fra il tasso del debito e il rendimento atteso netto. Sopra quella soglia si estingue, sotto si valuta caso per caso, mentre in prossimità la decisione dipende anche da quanto quel debito pesa sul piano personale. Inoltre conviene rifare il confronto ogni volta che i tassi si muovono in modo sensibile, poiché una soglia calcolata anni fa può non valere più.
3. L’orizzonte temporale
Per quanti anni puoi non toccare quei soldi? È la domanda che più di ogni altra determina il modo in cui vanno investiti.
Il denaro che serve entro due o tre anni non dovrebbe finire sui mercati azionari. È una questione di tempo, non di previsioni: in tre anni una discesa importante rischia di non avere lo spazio per riassorbirsi. Il denaro senza una scadenza segue invece regole opposte.
Va posta però attenzione al modo in cui si formula la domanda. Ad esempio l’orizzonte non è «quando andrò in pensione», ma il momento in cui servirà quella somma. Sono infatti due date diverse e confonderle è l’errore che spesso rende troppo prudenti i giovani e troppo aggressivi alcuni sessantenni.
4. Solo adesso: quanto rischio
Con le prime tre risposte in mano la quarta domanda diventa affrontabile. Sono due vincoli distinti, spesso confusi fra loro, non un test di personalità.
Quanto rischio puoi permetterti dipende dall’orizzonte, dal reddito e dal patrimonio. È una questione aritmetica e si calcola.
Quanto rischio riesci a sopportare dipende invece da come reagisci vedendo il portafoglio a −30%. Non lo si sa finché non succede e la stima fatta in un momento tranquillo è quasi sempre generosa.
Fra i due comanda il vincolo più stretto. Un portafoglio teoricamente ottimo che ti porta a vendere nel momento peggiore rende meno di un portafoglio prudente che sei riuscito a tenere. Perciò, quando i due numeri divergono, conviene partire dal più basso e alzarlo con gradualità, dopo aver visto come reagisci a una discesa vera.
In che ordine e quanto tempo serve
I quattro passi richiedono qualche ora e alcune decisioni, non mesi di studio.
Settimana uno: misura. Le spese vere degli ultimi dodici mesi, non quelle stimate a memoria. Quasi tutti sbagliano di parecchio e quasi sempre per difetto. Da qui esce la cifra del fondo di emergenza.
Settimana due: elenca i debiti con il tasso di ciascuno, ordinandoli dal più caro. Sopra il 7–8% si estingue prima di investire, senza particolari discussioni. Sotto il 3% si valuta. In mezzo la decisione dipende da quanto quel debito pesa.
Settimana tre: scrivi le scadenze. Cifre con una data accanto, non un generico «fra molti anni»: l’auto fra tre anni, l’università fra dodici, l’acconto della casa forse fra due. Ogni somma con una data esce dalla parte investita a lungo termine.
Quello che resta dopo questi tre passaggi è il denaro effettivamente investibile ed è quasi sempre una cifra diversa da quella che si aveva in mente all’inizio. In genere più bassa, ma molto più solida. È soltanto su quella cifra che ha senso porsi la domanda vista in partenza.
Cosa questi quattro passi non ti danno
Non dicono in cosa investire. Definiscono i vincoli dentro cui la scelta ha senso e restringono moltissimo il campo, ma la costruzione del portafoglio è un passo successivo che dipende anche da quello che possiedi già e dal modo in cui sei tassato.
Le soglie sono convenzioni, non leggi. Tre-sei mesi di spese, due-tre anni di orizzonte minimo: sono regole pratiche costruite sulla media. Chi ha un reddito garantito o una rete familiare solida ha numeri diversi, in entrambe le direzioni.
Non sostituiscono la parte fiscale e previdenziale. Un investimento identico rende in modo diverso a seconda del regime fiscale, mentre la previdenza complementare segue regole tutte sue. Chi salta quel passaggio rischia di ottimizzare una parte lasciandone scoperta un’altra più grande.
Investire resta la quarta domanda. Chi la affronta per prima si trova quasi sempre a rifare tutto entro un paio d’anni, perciò conviene dedicare qualche settimana alle tre precedenti prima di scegliere qualsiasi strumento.
Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. Dati di inflazione: ISTAT, indice NIC, medie annue 2022–2025. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.