Home › Guide e materiali › ETF e fondi attivi: la matematica dei costi
📘 Guida

ETF e fondi attivi: la matematica dei costi

Un fondo paga qualcuno per scegliere, mentre un ETF compra tutto l’indice. Quanto costa la differenza, cosa produce davvero e l’asimmetria fiscale italiana che quasi nessuno cita.

⏱ 8 min di lettura·Roberto Cavallo, CFI

Un fondo attivo paga qualcuno per scegliere, mentre un ETF non sceglie: compra tutto l’indice, nelle proporzioni dell’indice.

Da questa differenza discende tutto il resto: il costo, il risultato atteso e, in Italia, anche il trattamento fiscale. L’ultimo punto è quello di cui quasi nessuno parla, però su certi portafogli è il più importante dei tre, poiché da esso dipende quanto ti resta davvero al netto.

Quanto costano davvero, misurato

Per gli strumenti di questo sito ho letto i KID di 719 fondi collocati in Italia e di 326 ETF, trascrivendo le spese correnti dichiarate. Sono numeri letti sui documenti ufficiali, quindi dicono almeno cosa paga chi sottoscrive oggi.

StrumentoTER mediano
Fondi comuni (719 rilevati)1,80%
ETF (326 rilevati)0,20%

Fonte: database strumenti di questo sito, TER letti dai KID, ottobre 2026.

Il confronto più utile però è a parità di mercato, poiché una mediana generale mette insieme strumenti che possono investire in mercati diversi fra loro. Su 534 coppie in cui un fondo è associato all’ETF che replica lo stesso indice, la differenza mediana è di 1,57 punti percentuali l’anno.

In nessuna delle 534 coppie il fondo costa meno dell’ETF; il divario più piccolo è di 0,05 punti. Le eccezioni sono rare e vanno cercate caso per caso: il confronto va fatto sulla coppia che hai in portafoglio, non sulla categoria.

Il costo maggiore compra qualcosa?

È la domanda che decide tutto e per fortuna è anche una domanda verificabile. Lo SPIVA Scorecard di S&P Dow Jones confronta ogni fondo attivo europeo con l’indice che il fondo stesso dichiara, perciò il paragone avviene sul metro scelto dal gestore.

Nell’edizione Year-End 2025, su dieci anni, il 93,5% dei fondi azionari Italia e il 98,4% dei fondi azionari globali è rimasto sotto il proprio indice.

Perciò la risposta media è no: il singolo fondo potrebbe smentirla, però la media di categoria resta quella. La ragione è strutturale e non dipende dalla bravura di nessuno.

L’aritmetica, non l’opinione

Prima dei costi, l’insieme degli investitori attivi ottiene il rendimento medio del mercato. Il motivo non è statistico, ma contabile: presi tutti insieme, sono il mercato. Dopo i costi finisce sotto, per sottrazione.

Il singolo gestore potrebbe battere l’indice, però soltanto a spese di un altro gestore. La gara vera è fra loro, con un pedaggio di 1,57 punti all’anno da pagare all’ingresso.

Il limite fiscale che fondi ed ETF condividono

Qui però gli ETF perdono, per una particolarità italiana che raramente entra nel confronto. È il modo in cui la legge classifica guadagni e perdite, non il costo dello strumento.

I guadagni da ETF armonizzati sono redditi di capitale. Le perdite invece sono redditi diversi e le due categorie non si compensano fra loro.

⚠ La conseguenza pratica

Se hai minusvalenze in carico — da azioni, obbligazioni o certificati — un guadagno su un ETF non le recupera. Le minusvalenze scadono dopo quattro anni, perciò un portafoglio di soli ETF rischia di lasciarle scadere tutte.

Le azioni singole, le obbligazioni, i certificati e gli ETC generano invece plusvalenze compensabili. Perciò chi ha un credito fiscale da recuperare ha spesso una ragione concreta per non costruire un portafoglio interamente in ETF.

È però un vantaggio dei fondi? No: anche i fondi comuni armonizzati producono redditi di capitale, quindi hanno lo stesso limite. In particolare è un vantaggio degli strumenti a replica non-UCITS e dei titoli singoli. Se hai minusvalenze aperte, sappilo prima di semplificare tutto.

Quanto pesa in venticinque anni

Cinquantamila euro, rendimento lordo del 6% annuo, uguale nelle due colonne. Cambia soltanto il costo, fissato alle due mediane misurate sopra.

Costo annuoCapitale dopo 25 anni
1,80%139.900 €
0,20%204.700 €

Quasi sessantacinquemila euro di differenza su un capitale di partenza di cinquantamila. Il mercato è identico nelle due colonne: cambia soltanto quanto ne resta a te.

Se pensi di passare da un fondo al suo equivalente

Il conto sul costo è soltanto metà della decisione. L’altra metà riguarda cosa succede nel momento in cui si vende, dove molti scoprono un ostacolo che spesso non avevano previsto. Sono tre verifiche da fare prima, non dopo.

Vendere realizza la plusvalenza. Se il fondo è in guadagno, l’uscita fa scattare l’imposta del 26% su quel guadagno. Il risparmio di costo si recupera in pochi anni, però il conto va fatto: in sostanza, quanti anni servono per recuperare l’imposta che paghi oggi?

Se invece è in perdita, la vendita genera una minusvalenza utilizzabile per quattro anni. In quel caso l’uscita costa zero di imposta e produce anche un credito fiscale, purché tu abbia poi strumenti in grado di compensarlo.

Verifica le commissioni di uscita sul contratto originario, non sul KID aggiornato. Alcuni collocamenti prevedono penali decrescenti nei primi anni, che spesso sono la ragione per cui conviene aspettare qualche mese.

Nessuno di questi tre punti cambia la direzione della decisione, ma cambiano il momento in cui conviene prenderla. Su capitali importanti la differenza non è piccola.

Mettilo in pratica
Analisi del Portafoglio
Inserisci i tuoi strumenti: lo strumento legge il TER dal database e mostra l’equivalente passivo.
Apri lo strumento →

Dove il confronto non regge

Ecco dove questo confronto smette di reggere. I numeri qui sopra dicono quanto costano gli strumenti e quanti gestori hanno mancato il proprio indice in passato. Non dicono quale strumento sia adatto al tuo caso e non dimostrano che un ETF sia sempre la scelta migliore: dicono soltanto da quale parte, in genere, conviene partire.

Non tutti gli indici sono replicabili bene. Su mercati poco liquidi o molto specifici, gli ETF possono discostarsi dall’indice più di quanto il TER lasci pensare. Il numero da guardare in quei casi è la tracking difference, ovvero lo scostamento effettivo, non il costo dichiarato.

Il TER non è il costo totale. Esclude i costi di transazione interni e lo spread, che in genere non compaiono da nessuna parte. Su un ETF paghi inoltre commissioni di negoziazione a ogni acquisto: ad esempio per chi versa cento euro al mese, quelle commissioni possono pesare più del TER.

Esiste il 6,5% che ha battuto l’indice. Il problema non è che non esista: è che non si riconosce in anticipo e chi lo ha fatto in un decennio raramente lo ripete nel successivo.

Che cosa resta, allora? Che per il nucleo di un portafoglio — l’esposizione ai grandi mercati globali — la replica a basso costo parte avvantaggiata di circa un punto e mezzo l’anno. Il resto sono eccezioni che dovrebbero essere argomentate caso per caso, non la regola. Guarda il portafoglio nel suo insieme prima di decidere strumento per strumento, dato che costo e credito fiscale si leggono soltanto lì.

⚖ Nota

Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. Dati: database strumenti di questo sito e S&P Dow Jones Indices, SPIVA Europe Year-End 2025. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.

Nota: contenuto a scopo informativo ed educativo. Non costituisce consulenza finanziaria personalizzata ai sensi del D.Lgs. 58/1998 (TUF) né raccomandazione di investimento. Per una valutazione sul tuo caso specifico, prenota una consulenza.
📖 Termini utili dal glossario