La domanda arriva quasi sempre nell’ordine sbagliato
«Il fondo pensione che ho è buono?»
È la domanda che mi sento fare più spesso sulla previdenza, però è anche quella che arriva nell’ordine sbagliato.
Prima di sapere quale fondo hai, contano infatti due cose: in quale comparto sono investiti i tuoi soldi e quanto stai pagando per tenerceli. Sono le due variabili che spiegano in genere la maggior parte della differenza fra un risultato buono e uno mediocre, mentre il nome del fondo viene molto dopo.
Qui sotto trovi i quattro numeri da recuperare, dove stanno e cosa significano. Le cifre di confronto vengono dalla Relazione annuale COVIP per il 2025, che è la fonte pubblica su cui si misura tutto il settore.
Numero 1 — Il comparto in cui sei
Ogni forma di previdenza complementare ha più linee di investimento: garantita, obbligazionaria, bilanciata, azionaria. La scelta è tua, però quasi nessuno la rivede dopo l’adesione.
Guarda cosa hanno prodotto nei dieci anni fra fine 2015 e fine 2025 (COVIP, 2026):
| Comparto | Rendimento medio annuo composto |
|---|---|
| Azionario | 4,8% – 5,1% |
| Bilanciato | 1,9% – 2,9% |
| Garantito e obbligazionario | sotto l’1% |
| TFR lasciato in azienda | 2,5% |
Una nota che vale più della tabella: nello stesso decennio il TFR lasciato in azienda si è rivalutato del 2,5% annuo. Perciò i comparti garantiti e obbligazionari hanno fatto peggio del TFR che avevi già.
Dove lo trovi: sulla tua posizione individuale, nell’area riservata del fondo. La comunicazione periodica che ricevi ogni anno dovrebbe riportare il comparto in chiaro.
Qui devo dichiarare un disaccordo
La linea garantita viene di solito presentata come la scelta prudente. Per chi è a pochi anni dalla pensione lo è davvero.
Per chi ha vent’anni o più davanti, però, la lettura opposta è altrettanto difendibile: è quella che io seguo, per una ragione precisa. Sotto l’1% nominale, con l’inflazione del periodo, quella linea ha perso potere d’acquisto. La garanzia, in sostanza, protegge dalla perdita nominale e non da quella reale.
Non è un argomento contro le linee garantite: è un argomento contro l’idea che siano prive di rischio, poiché il rischio c’è comunque e cambia soltanto nome.
Numero 2 — L’ISC, cioè quanto costa
L’Indicatore Sintetico dei Costi è il numero che COVIP obbliga ogni fondo a pubblicare. Viene calcolato per tutti con le stesse ipotesi — versamento di 2.500 euro l’anno, rendimento lordo del 4% — perciò è confrontabile: è l’unico dato del settore che lo sia davvero.
Ecco i valori medi a dieci anni, per tipo di forma (COVIP, 2026):
| Forma pensionistica | ISC medio a 10 anni |
|---|---|
| Fondo negoziale (di categoria) | 0,47% |
| Fondo pensione aperto | 1,36% |
| PIP (piano individuale pensionistico) | 2,17% |
Cosa significa in euro? Su una posizione da 50.000 euro dovrebbero essere 235 euro l’anno con un negoziale e 1.085 euro l’anno con un PIP. Ogni anno, per tutta la durata.
Sui comparti azionari il divario di costo fra PIP e fondi negoziali arriva poi a 2,24 punti percentuali su orizzonte decennale, cioè più di quanto molti comparti abbiano reso in un anno intero.
Nella Scheda dei costi allegata alla Nota informativa del tuo fondo e nel comparatore pubblico dei costi sul sito COVIP. Sono documenti obbligatori: se non li trovi, hai diritto a chiederli.
Numero 3 — Quanto ci mette il tuo datore di lavoro
Questo numero tende a valere più degli altri due messi insieme, però riguarda soltanto i lavoratori dipendenti.
Se il tuo contratto collettivo prevede un fondo negoziale di categoria, l’azienda versa un contributo a suo carico, ma quasi sempre solo se aderisci a quel fondo. Se hai sottoscritto un PIP allo sportello della banca, quel contributo in genere non lo ricevi.
È denaro che ti spetta e che non stai prendendo. Nessun risparmio di costo e nessun rendimento riescono di solito a recuperare un contributo datoriale mancato.
Dove lo trovi: nel tuo CCNL, oppure chiedendo all’ufficio del personale qual è il fondo di riferimento e quale percentuale versa l’azienda.
Numero 4 — Se la deduzione ti serve davvero
Puoi dedurre dal reddito imponibile fino a 5.300 euro l’anno di contributi (D.Lgs. 252/2005; il tetto era 5.164,57 euro fino al 2025, la Legge di Bilancio 2026 lo ha portato a 5.300 e fino a 7.950 per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 2007). È l’argomento con cui vengono venduti quasi tutti i fondi pensione in Italia, perciò su questo punto serve una precisazione che quasi nessuno fa.
La deduzione abbatte l’IRPEF. Chi ha un’aliquota marginale al 43% e versa il massimale risparmia circa 2.280 euro di imposta, quindi il beneficio è consistente. Chi invece ha esclusivamente reddito in regime forfettario paga un’imposta sostitutiva e non ha una base IRPEF da abbattere: per lui quella deduzione vale zero.
Lo strumento potrebbe restare valido anche in quel caso, poiché la tassazione della prestazione finale scende dal 15% al 9% dopo trentacinque anni di partecipazione. Il ragionamento però è un altro, che andrebbe fatto per intero.
Domanda utile da porti: qualcuno ti ha mai chiesto qual è il tuo regime fiscale, prima di proporti un fondo pensione?
Il metodo in pratica
Recupera i documenti in quest’ordine: comunicazione periodica per il comparto e la posizione maturata, Scheda dei costi per l’ISC, CCNL per il contributo datoriale, dichiarazione dei redditi per la deduzione effettivamente sfruttata.
Poi confronta l’ISC del tuo fondo con la media della sua categoria sul comparatore COVIP, non con la media generale: un fondo aperto andrebbe confrontato con altri fondi aperti.
Se il tuo ISC risulta sopra la media della categoria e non ricevi contributo datoriale, hai in mano un motivo concreto per fare domande. Il trasferimento a un’altra forma è del resto possibile dopo due anni di adesione, senza perdere l’anzianità contributiva.
Cosa questi quattro numeri non ti dicono
Meglio essere espliciti sui limiti: sono piuttosto reali.
L’ISC è costruito su un profilo standard. Versamento di 2.500 euro l’anno e rendimento del 4%: se il tuo profilo è molto diverso, l’ordinamento fra due fondi vicini potrebbe cambiare. Serve in genere a scartare quello che è chiaramente caro, non a scegliere fra due opzioni simili.
I rendimenti passati di un comparto dicono poco sul futuro. Dicono soprattutto quanta parte azionaria conteneva, per giunta in un decennio in cui le azioni sono spesso andate bene. È quindi una misura della composizione, non dell’abilità di chi gestisce.
Il comparto giusto non si deduce dalla tabella. Dipende da quanti anni mancano al pensionamento, da che altro hai in portafoglio e da quanto puoi permetterti di vedere oscillare. Nessuno dei quattro numeri risponde a questa domanda: servono a capire cosa hai, non a decidere cosa fare.
Resta comunque il punto di partenza: chi non sa in quale comparto è e quanto paga difficilmente potrebbe valutare qualsiasi cosa. Ripeti questo controllo ogni due o tre anni, poiché comparti e condizioni di costo cambiano senza che nessuno te lo segnali.
Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. I dati citati provengono dalla Relazione annuale COVIP per il 2025. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.