Non lo sapeva nemmeno lui
«Non ne avevo idea.»
È la risposta che mi sono sentito dare, di recente, quando ho spiegato a una persona che il fondo che aveva in portafoglio non era propriamente un fondo, ma un contenitore che ne conteneva altri nove.
Ogni strato aveva il suo costo, però il documento ufficiale ne dichiarava uno solo: 2,25% all’anno. Sommando i sottostanti, invece, si arrivava oltre il 3%.
Nessuno gliel’aveva spiegato. Glielo aveva proposto il consulente della sua banca, mentre lui non aveva gli strumenti per verificare cosa stesse comprando.
Non è una storia di malafede: è una storia di informazione che esiste, è pubblica ed è scritta in un modo che rende improbabile che tu la vada a cercare. Questo articolo ti dice dove guardare, documento per documento.
Il documento che ricevi ogni anno e non apri
Conviene partire da qui, poiché è l’unico documento che ti dà i costi in euro invece che in percentuale.
Dal 2018 la direttiva MiFID II (2014/65/UE) obbliga banche e intermediari a inviarti ogni anno un rendiconto dei costi e degli oneri sostenuti. Arriva di solito fra gennaio e aprile, però spesso finisce nell’area documenti dell’home banking senza alcuna notifica.
Cercalo con questi nomi: Rendiconto costi e oneri, Informativa ex-post sui costi, Rendicontazione periodica MiFID II. Se non lo trovi, hai diritto a chiederlo. È dovuto.
Dentro trovi due voci separate. La prima sono i costi del servizio, cioè quanto trattiene chi te lo vende; la seconda sono i costi dei prodotti, cioè quanto trattiene chi li gestisce. Guarda in particolare il totale in euro, poiché è il numero più onesto che riceverai: non richiede alcun calcolo da parte tua.
Le spese correnti, prodotto per prodotto
Ogni fondo, ETF o polizza ha un documento informativo di poche pagine: il KID, o KIID per i fondi fino al 2022. Lo trovi in genere cercando il nome dello strumento insieme alla parola «KID», oppure nell’area documenti della banca.
La sezione che ti interessa è quella sui costi, dove dovrebbero comparire quattro voci:
- Spese correnti, o TER, sono il costo annuo di gestione e in genere la voce principale.
- Costi di ingresso e di uscita, pagati una volta sola, che però possono arrivare a valere diversi punti percentuali.
- Commissioni di performance, che si attivano al superamento di una soglia. Andrebbero lette con attenzione, poiché quella soglia a volte è più bassa di quanto sembri.
- Costi di transazione, ovvero le compravendite che il gestore fa dentro il fondo, a tuo carico.
Nella pratica sono ordini di grandezza molto distanti: un fondo azionario globale a gestione attiva sta spesso fra un minimo dell’1,8% e un massimo del 2,9% di spese correnti, mentre un ETF che replica lo stesso indice sta fra lo 0,20% e lo 0,40%.
Non sono ordini di grandezza presi da una media di settore. Nel registro che sta dietro agli strumenti di questo sito ho trascritto le spese correnti dai KID di 719 fondi e 326 ETF collocati in Italia: la mediana dei fondi è 1,80% e 158 di essi superano il 2%, mentre la mediana degli ETF è 0,20%.
Come l’ho misurato: spese correnti trascritte a mano dai KID ufficiali, prodotto per prodotto, nel registro che alimenta gli strumenti di questo sito. Ultimo allineamento 6 ottobre 2026; il conteggio si rifà a quella data.
Quello che paghi alla banca, non al prodotto
Sul tuo estratto conto titoli trovi poi tre voci che non compaiono mai nel KID:
- Commissioni di negoziazione, ogni volta che compri o vendi
- Diritti di custodia, un canone periodico sul deposito
- Imposta di bollo, lo 0,2% annuo sul controvalore, che però è dovuta allo Stato e non alla banca
Il bollo non lo eviti cambiando intermediario, mentre le prime due sì. Tendono peraltro a variare moltissimo: esistono piattaforme regolamentate che azzerano la negoziazione su determinati strumenti.
I costi che non compaiono da nessuna parte
Qui torniamo infatti al fondo delle prime righe.
Quando un fondo investe in altri fondi — è quello che si chiama fondo di fondi — il documento dichiara le spese del solo contenitore. Le spese dei nove fondi che stanno dentro ci sono comunque, però le paghi senza vederle sommate in nessun documento.
Cerca nel KID o nella scheda le parole «fondo di fondi», «multimanager», «investe prevalentemente in OICR». Se le trovi, il costo che leggi non è il costo che paghi.
Ci sono poi altre due voci sostanzialmente invisibili. La prima è lo spread fra prezzo di acquisto e di vendita, che paghi in ogni singola operazione. La seconda è il costo di cambio valuta, che di solito compare se lo strumento è denominato in dollari e il tuo conto è in euro.
Fai la somma, poi guarda cosa vale nel tempo
Somma quindi le percentuali annue e applicale al tuo controvalore. Ad esempio, se hai 100.000 euro investiti e il totale è 1,75%, stai pagando 1.750 euro all’anno.
Il punto però non è quasi mai la cifra annua, quanto piuttosto il valore che quella cifra assume composta nel tempo.
Prendiamo 100.000 euro e un rendimento lordo del 5,5% annuo. Con l’1,75% di costi resta il 3,75% netto: dopo dieci anni hai circa 144.500 euro. Con lo 0,22% resta il 5,28% netto: dopo dieci anni hai circa 167.300 euro. Quasi 23.000 euro di differenza, a parità di mercato.
Non perché uno dei due portafogli abbia indovinato qualcosa, ma soltanto per effetto del costo, che agisce sempre nella stessa direzione. Dieci anni, del resto, sono in genere un orizzonte breve per un investimento: su vent’anni la distanza tende più che a triplicare.
E adesso?
Il numero che hai in mano non ti dice cosa fare. Ti dice soltanto cosa stai pagando, che è pur sempre il presupposto di qualsiasi decisione successiva.
Alcune domande utili da porre a chi gestisce i tuoi investimenti: qual è il costo totale annuo in euro, non in percentuale? Quanto di questo torna alla banca sotto forma di retrocessione? Esiste uno strumento equivalente a costo inferiore e perché non è stato scelto?
Sono domande del tutto legittime, alle quali in genere la risposta è dovuta.
Attenzione: costo basso non significa portafoglio giusto
Qui devo dirti una cosa che questo tipo di articolo di solito non dice.
Ho analizzato un portafoglio che costava poco più dello 0,25% all’anno, un livello che molti portafogli in ETF non raggiungono, contando le commissioni di negoziazione. Sulla carta era quindi un portafoglio che poteva sembrare efficiente.
Nei cinque anni precedenti aveva però reso quasi venti punti percentuali in meno di un portafoglio equivalente, ma diversificato a livello globale. Il motivo non erano i costi: erano otto titoli concentrati su un solo paese, in tre settori, con obbligazioni a scadenza ultra-lunga.
Perciò un portafoglio può tranquillamente essere economico e sbagliato allo stesso tempo. Il costo dovrebbe essere la prima cosa da misurare, però non l’ultima.
Cosa questo metodo non ti dice
Sommare i costi ti dà in genere una fotografia, non una diagnosi.
Non ti dice se la tua allocazione è coerente con i tuoi obiettivi, né misura il rischio che stai correndo. Non ti dice nemmeno se quei costi stanno comprando qualcosa che vale: un servizio di pianificazione serio ha un costo del tutto legittimo, che andrebbe valutato per quello che produce e non solo per quanto pesa.
Ti dice una cosa sola, però è quella da cui si parte: quanto paghi. Chi non lo sa difficilmente potrebbe valutare qualsiasi altra cosa. Ripeti la somma una volta l’anno, poiché i prodotti cambiano condizioni e le alternative in genere migliorano.
Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. I casi descritti sono resi anonimi e i dati arrotondati. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.
Se vuoi un ordine di grandezza adesso, senza cercare i tuoi documenti: due campi — quanto hai investito e dove — e ti dice in euro quanto stai pagando ogni anno e quanto cambierebbe. Apri il calcolatore dei costi →
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