L’intuizione è ragionevole. Un team di professionisti, che ha accesso a dati e modelli che tu non hai, dovrebbe in genere saper scegliere i titoli migliori e battere un indice costruito senza pensarci troppo.
È su questa promessa che si reggono le commissioni annuali, che vanno da un minimo dell’1,5% fino a un massimo del 2,5%. La promessa è verificabile e viene verificata due volte l’anno ormai da vent’anni. Perciò vediamo con quale esito: i numeri sono pubblici e chiunque potrebbe andarseli a leggere.
Il conteggio di S&P Dow Jones
Lo SPIVA Scorecard confronta ogni fondo attivo europeo con l’indice della sua categoria. Questi che seguono sono i dati dell’edizione Year-End 2025, riferiti al 31 dicembre 2025.
| Categoria (fondi in euro) | Sotto l’indice a 10 anni |
|---|---|
| Azionari Italia | 93,5% |
| Azionari globali | 98,4% |
| Azionari area euro | 97,9% |
| Azionari Stati Uniti | 98,2% |
| Azionari mercati emergenti | 90,9% |
Fonte: S&P Dow Jones Indices, SPIVA Europe Scorecard Year-End 2025, dati al 31 dicembre 2025.
Sui fondi azionari Italia questo significa che, su dieci gestori, meno di uno ha battuto il proprio indice in dieci anni. Sui fondi globali il rapporto scende a meno di due gestori su cento, che è una proporzione ancora più netta. Sono numeri che spesso sorprendono, poiché la promessa di partenza diceva esattamente il contrario.
Il dato che quasi nessuno cita
Nello stesso rapporto c’è però un secondo numero e riguarda i fondi che non sono arrivati in fondo al periodo.
Dei 46 fondi azionari Italia esistenti dieci anni fa, ne è sopravvissuto il 60,9%. Quattro su dieci sono stati chiusi oppure fusi dentro un altro prodotto e oggi non li trovi più da nessuna parte. Sugli azionari globali la proporzione è quasi la stessa: dei 1.087 di partenza ne resta il 62,2%.
Perché questo dovrebbe contare per chi oggi ha un fondo dentro il portafoglio? Poiché i fondi che spariscono non sono un campione casuale: in larga maggioranza sono quelli andati male. La fusione, ad esempio, fa scomparire il loro storico dentro quello del fondo incorporante. Perciò chi guarda oggi la classifica dei fondi disponibili sta guardando soltanto i superstiti.
SPIVA corregge esattamente questo: conta i fondi esistenti all’inizio del periodo, non quelli rimasti alla fine. È infatti il motivo per cui le sue percentuali risultano più alte di quelle che leggi altrove.
Perché succede
Le ragioni sono tre e le metto qui in ordine di peso, dalla più solida alla meno solida.
L’aritmetica. Prima dei costi l’insieme di tutti gli investitori attivi ottiene per definizione il rendimento medio del mercato, poiché sono loro stessi il mercato. Dopo i costi finisce necessariamente sotto. Non è una constatazione empirica, ma una semplice sottrazione.
I costi. Partire ogni anno con un handicap che va da un minimo di 1,5 fino a un massimo di 2,5 punti significa dover indovinare abbastanza da recuperarlo e poi ancora un po’, ogni anno per dieci anni di seguito.
La persistenza. Chi batte l’indice in un periodo raramente è poi lo stesso che lo batte anche nel periodo successivo. Perciò anche riuscire a riconoscere il bravo gestore a posteriori non ti dice quale dovresti comprare adesso.
Dove il dato non è così netto
Qui devo però dichiarare due cose che complicano il quadro, poiché stanno anche loro nello stesso rapporto.
La prima riguarda un caso che va nominato per intero: esiste almeno un’eccezione documentata. Sui fondi azionari Danimarca la quota sotto l’indice a dieci anni è del 60,6% e nel solo 2025 è stata dello 0%. Nessun fondo danese ha perso contro il proprio indice in quell’anno lì. È un mercato piccolo e piuttosto concentrato, ma dimostra che il risultato non è una legge di natura: dipende anche dalla struttura del mercato.
La seconda riguarda invece il metodo di misura: aggiustando per il rischio, il quadro italiano migliora. Sui fondi azionari Italia la quota sotto l’indice scende dal 93,5% all’87,0% a dieci anni. Vuol dire che una parte dei gestori italiani ha ottenuto meno rendimento assumendo però anche meno rischio. È infatti un risultato diverso da «hanno sbagliato» e chi vende gestione attiva ha ragione a citarlo.
La lettura che seguo è comunque la prima, per una ragione soprattutto pratica: l’87% resta quasi nove gestori su dieci. Inoltre il rischio inferiore lo puoi ottenere anche riducendo la quota azionaria di un portafoglio passivo, a un costo molto minore.
Come verificare il tuo fondo, in cinque minuti
La statistica in genere non ti riguarda finché non la applichi al prodotto che hai in casa. Perciò il confronto si fa nel modo che segue, che dovrebbe portarti via pochi minuti.
Prendi il KID del fondo e cerca l’indice di riferimento che vi è dichiarato. È dichiarato dal fondo stesso e non lo scegli tu: è il metro che il gestore ha accettato.
Se il KID non dichiara alcun benchmark, hai già in mano una risposta almeno parziale. Un fondo senza indice di riferimento non è confrontabile con nulla: è una scelta del gestore, non una necessità tecnica.
Confronta il rendimento a dieci anni, non quello a uno o a tre. Su orizzonti brevi la fortuna tende a dominare, mentre a dieci anni il quadro si stabilizza. Perciò SPIVA pubblica proprio quella colonna e non quella a un anno soltanto.
Verifica infine che sia davvero lo stesso fondo di dieci anni fa. Se il prodotto è nato da una fusione, lo storico che vedi potrebbe essere quello del fondo incorporante, non del tuo. È il modo in cui lasciano tracce ordinate i quattro fondi su dieci che sono scomparsi.
Una domanda da porre a chi te lo ha venduto è questa: quale indice batte questo fondo e su quale periodo di tempo?
Cosa questi numeri non dimostrano
Non dicono nulla sul tuo fondo. Il 93,5% è una frequenza misurata su una popolazione, non una previsione sul singolo prodotto che possiedi. Il tuo fondo potrebbe stare nel 6,5% che ha battuto l’indice: lo verifichi guardando il suo rendimento a dieci anni contro l’indice dichiarato nel KID, non deducendolo dalla statistica.
Il conteggio è per numero di fondi, non per patrimonio. Ad esempio un fondo da 50 milioni di euro pesa esattamente quanto uno da 5 miliardi. Inoltre SPIVA pubblica anche la versione pesata per masse, che dà risultati leggermente diversi.
Il costo è l’unica parte del divario che si conosce prima. Nel registro che sta dietro agli strumenti di questo sito ho trascritto le spese correnti dai KID di 719 fondi e 326 ETF collocati in Italia: la mediana dei fondi è 1,80% all’anno, quella degli ETF 0,20%. Il rendimento futuro di un gestore non si sa in anticipo, questa differenza sì.
Come l’ho misurato: spese correnti trascritte a mano dai KID ufficiali, prodotto per prodotto, nel registro che alimenta gli strumenti di questo sito. Ultimo allineamento 6 ottobre 2026; il conteggio si rifà a quella data.
Non misurano il tuo risultato: misurano il fondo, non te. Perciò, se sei entrato e uscito nei momenti sbagliati, il tuo rendimento è un altro numero ancora.
Quello che i dati dicono è una cosa sola e vale: la probabilità di scegliere in anticipo un gestore che batta il mercato per un decennio è bassa e non migliora guardando i rendimenti passati. Perciò, per il nucleo di un portafoglio, replicare il mercato a basso costo parte quasi sempre avvantaggiato. Confronta ogni tanto quello che possiedi con il suo indice dichiarato, dato che una verifica fatta una volta sola raramente basta.
Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. Dati da S&P Dow Jones Indices, SPIVA Europe Scorecard Year-End 2025. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.