«Aspetto che scenda.» «Entro quando le acque si saranno calmate.» «Adesso è troppo alto.»
Sono le tre frasi che sento più spesso da chi tiene del denaro fermo sul conto. In genere sembrano prudenti, poiché chi le pronuncia è convinto di non stare correndo alcun rischio. Aspettare non sarebbe una scommessa: ne sarebbe semmai il contrario.
È però una scommessa anche quella. Quasi sempre non la chiami con il suo nome, perciò ti sfugge il costo che comporta.
L’argomento standard e perché non basta
Contro il market timing viene sempre citato lo stesso calcolo: chi resta investito vent’anni ma si perde i dieci giorni migliori dimezza quasi il risultato finale. Perdendo invece i venti migliori, rischia di azzerarlo del tutto.
Il calcolo in sé è corretto, ma come argomento resta debole. Va detto prima ancora di usarlo, poiché un ragionamento che poggia su una base fragile prima o poi cede.
La critica più seria arriva da AQR, che nel saggio (So) What If You Miss the Market’s N Best Days? osserva una cosa piuttosto ovvia che quasi sempre viene tralasciata: se calcoli anche cosa succede evitando i dieci giorni peggiori, il risultato migliora in modo altrettanto spettacolare. Il calcolo dimostra semplicemente che i giorni estremi contano molto, mentre non dimostra affatto che il timing non funzioni.
Perciò l’argomento va costruito diversamente e conviene partire da un dato che regga meglio.
Il dato che regge davvero
Il punto non è che i giorni migliori siano imprevedibili. Serve piuttosto capire dove si trovano.
Fra il 1999 e il 2018, sei dei dieci giorni migliori di borsa sono caduti entro due settimane dai dieci giorni peggiori. I rimbalzi più forti, di fatto, stanno dentro i crolli, non dopo che sono passati.
Questo cambia la natura del problema. Per guadagnarci ti servono in tutto due decisioni giuste invece di una: uscire prima del crollo e poi rientrare entro pochi giorni. Quel secondo passaggio andrebbe fatto mentre le notizie sono ancora pessime e la ragione per cui eri uscito sembra ancora valida.
La seconda decisione è quella che di solito quasi nessuno prende. Chi esce per paura rientra per sollievo e il sollievo spesso arriva mesi dopo il rimbalzo.
Il costo vero non è perdere un rimbalzo
Il costo vero, a conti fatti, è restare fermi per anni.
Chi aspetta «il momento giusto» raramente aspetta due settimane. Aspetta finché non si sente sicuro e quella sensazione in genere arriva quando i prezzi sono già saliti. Nel frattempo il capitale resta liquido e la liquidità ha un costo misurabile: fra il 2022 e il 2025 i prezzi italiani sono saliti del 17,1% (ISTAT), cioè la liquidità ferma ha perso circa il 14,6% del suo potere d’acquisto.
Perciò non stai scegliendo fra rischiare e non rischiare. Stai scegliendo fra un rischio che vedi e uno che non compare su nessun estratto conto.
Una domanda utile è questa: quale prezzo dovrebbe farti entrare? Se non hai un numero, in genere non stai aspettando un momento, ma stai rimandando una decisione.
Il PAC risolve il problema togliendolo di mezzo
Versare a intervalli regolari non serve a ottenere di più. In media, matematicamente, investire tutto subito rende un po’ di più, poiché i mercati salgono più spesso di quanto scendano e restare liquidi comporta quasi sempre un costo.
Serve piuttosto a un’altra cosa: rendere irrilevante la domanda sul momento giusto. Compri a prezzi diversi che si mediano fra loro e nessun singolo ingresso pesa abbastanza da rovinare il piano.
È una scelta sul comportamento, non sul rendimento atteso. Chi è onesto la presenta proprio così.
Se hai una somma da investire adesso
È la situazione in cui la domanda sul timing diventa concreta: ad esempio un’eredità, una liquidazione oppure la vendita di un immobile.
La ricerca più citata su questo punto è di Vanguard ed è controintuitiva. Il confronto riguarda l’investimento immediato e la distribuzione su dodici mesi, su decenni di storia di più mercati. In quel confronto l’investimento immediato ha vinto in circa due casi su tre, con un vantaggio medio che va da un minimo di uno fino a un massimo di due punti percentuali.
La ragione non è sofisticata: i mercati chiudono in positivo circa sette anni su dieci, perciò il denaro che aspetta di entrare rinuncia in media a un rendimento.
Resta però il terzo dei casi, ossia quello in cui entri poco prima di una discesa importante. La differenza fra le due strategie non è solo il risultato: riguarda soprattutto il fatto che tu resti investito dopo. Distribuire l’ingresso su qualche mese costa in media qualcosa e compra in cambio un certo margine di probabilità di non abbandonare il piano al primo colpo.
È un acquisto legittimo, purché tu sappia che lo stai facendo e quanto ti costa davvero.
Perché l’attesa si prolunga da sola
C’è un motivo strutturale per cui «aspetto» diventa raramente una pausa breve.
Quando i prezzi scendono, la ragione per entrare sembra debole, poiché le notizie sono brutte e la discesa potrebbe continuare. Quando invece salgono, sembra tardi. Perciò le due condizioni che renderebbero comodo l’ingresso — prezzi bassi e clima sereno — non si presentano quasi mai insieme.
Chi aspetta quella combinazione non sta seguendo una strategia sbagliata. Sta seguendo una strategia che non ha una condizione di uscita e questa è una differenza importante: una strategia sbagliata prima o poi si corregge, mentre una senza condizione di uscita no.
Cosa questo ragionamento non dice
Non dice che ogni momento vale l’altro. Le valutazioni di partenza hanno storicamente influenzato i rendimenti dei dieci anni successivi. Perciò dire che il timing di breve non funziona non equivale a dire che il prezzo che paghi non conta.
Non vale per il denaro che ti serve presto. Se quella somma ha una scadenza a due o tre anni, il ragionamento sul lungo periodo non si applica, poiché in quel caso il vincolo è l’orizzonte e non l’opinione sui mercati.
Non è un invito a ignorare quanto sopporti. Un portafoglio che ti fa vendere nel momento peggiore è sbagliato per te, anche se sulla carta sembra ottimo. La tolleranza al rischio è un vincolo reale quanto l’orizzonte temporale.
Resta perciò una sola affermazione che risulta sufficiente: aspettare il momento giusto richiede almeno due previsioni corrette invece di una e nel frattempo comporta un costo certo. Il momento migliore per iniziare è quello in cui le basi sono solide — fondo di emergenza, debiti costosi, orizzonte definito — non quello in cui ti sentirai sicuro.
Fissa prima la regola con cui il denaro entrerà, in quanto tempo e a quali scadenze. Una regola scritta a mente fredda tende a reggere meglio di una decisione presa mentre i mercati si muovono.
Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. Riferimenti: AQR, (So) What If You Miss the Market’s N Best Days?; ricerca Vanguard sul confronto fra investimento immediato e distribuito nel tempo; inflazione ISTAT, indice NIC 2022–2025. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.