Il problema dei costi di un fondo non è soltanto quanto sono alti: è che nessuno te li chiede mai in modo esplicito, in nessun passaggio.
Non ricevi una fattura, non firmi un bonifico e non vedi un addebito sul conto. Vengono sottratti ogni giorno dal valore delle quote, prima ancora che tu legga il rendimento. Perciò il rendimento che vedi è già al netto di tutto: il costo in quanto tale non lo vedi mai, ne vedi soltanto l’ombra.
Questo articolo parte da una misurazione mia, che trovi qui sotto, poi arriva a quanto quella differenza pesa nel tempo. È una raccolta di numeri letti uno per uno sui documenti ufficiali dei singoli prodotti, non una rassegna di teoria generale.
Quanto costano davvero i fondi collocati in Italia
Per costruire gli strumenti del Laboratorio ho letto i KID di 719 fondi comunemente collocati in Italia e ho trascritto il TER dichiarato, uno per uno. Sono le spese correnti scritte sul documento ufficiale di ciascun prodotto, non stime né medie di categoria.
| Strumento | TER mediano |
|---|---|
| Fondi comuni collocati in Italia (719 rilevati) | 1,80% |
| ETF presenti nello stesso database (326 rilevati) | 0,20% |
Fonte: database strumenti di questo sito, TER letti dai KID, aggiornamento ottobre 2026. 158 dei 719 fondi rilevati superano il 2% di spese correnti.
Su 100.000 euro investiti l’1,80% significa 1.800 euro l’anno. Quella cifra torna ogni anno allo stesso modo, che il fondo salga oppure che scenda.
Il confronto che conta: stesso mercato, due prezzi
Il TER medio però dice poco: un fondo azionario e un fondo monetario non sono confrontabili fra loro. Serve un confronto a parità di mercato, altrimenti il numero che ne esce racconta la composizione del campione e non il prezzo del servizio.
Nel database ogni fondo è associato all’ETF che replica lo stesso indice oppure la stessa area. Su 534 coppie in cui ho il TER di entrambi, la differenza mediana è di 1,57 punti percentuali l’anno. Quella distanza separa due modi diversi di comprare esattamente lo stesso mercato.
Su 534 coppie, quelle in cui il fondo attivo costa meno del suo ETF equivalente sono zero. Non una su dieci: nessuna. Nel 55% dei casi il divario supera 1,5 punti percentuali.
Su 100.000 euro la scelta fra un fondo e il suo equivalente passivo vale circa 1.570 euro l’anno, a parità di mercato sottostante. Non riguarda però un anno soltanto: quella differenza si ripete ogni anno finché resti dentro lo strumento.
Le quattro voci e dove si nascondono
- Spese correnti (TER) — il costo annuo di gestione. È la voce dei numeri qui sopra e l’unica che il KID di solito mostra bene in evidenza.
- Ingresso e uscita — si pagano una volta sola, ma possono valere alcuni punti percentuali del capitale. Spesso vengono azzerate in promozione, però quasi mai risultano assenti dal contratto.
- Commissioni di performance — possono attivarsi oltre una certa soglia. La soglia però va letta: se il riferimento è un indice diverso da quello in cui il fondo investe davvero, possono scattare anche quando il fondo perde rispetto al suo mercato.
- Costi di transazione — sono le compravendite che il gestore fa dentro il fondo. Non sono inclusi nel TER e stanno in una riga separata del KID, dove quasi nessuno guarda.
L’ultima voce è la ragione per cui il TER, da solo, sottostima il costo reale. Vale sia per i fondi sia per gli ETF, però tende a pesare di più dove il gestore movimenta di più il portafoglio.
Perché il tuo consulente in banca ti propone proprio quel fondo
Una parte delle spese correnti non resta a chi gestisce il fondo, poiché torna a chi te lo ha collocato. Si chiama retrocessione, oppure inducement.
Dal 2018 la direttiva MiFID II (2014/65/UE) impone di dichiararla. Perciò non è un dato nascosto: è nel rendiconto costi e oneri che ricevi ogni anno, nella voce costi del servizio, separata dai costi del prodotto. Quella riga è la risposta alla domanda su chi guadagna cosa.
Non implica malafede, né una qualche intenzione di ingannarti. Implica però che l’incentivo di chi ti consiglia non è neutro rispetto a cosa ti consiglia, perciò meglio saperlo prima di firmare. È una circostanza che di solito non emerge da sola nella conversazione, nemmeno quando la domanda è diretta.
Quanto pesa in vent’anni
Prendiamo 100.000 euro e un rendimento lordo del 6% annuo, uguale per entrambi. Cambia soltanto il costo, usando le due mediane misurate qui sopra. Resta un esercizio teorico: nessun rendimento reale arriva così regolare, anno dopo anno.
| Costo annuo | Capitale dopo 20 anni |
|---|---|
| 1,80% (fondo mediano) | 227.700 € |
| 0,20% (ETF mediano) | 308.800 € |
Ottantunmila euro di differenza. Nessuno dei due però ha indovinato niente: il mercato è identico in entrambe le colonne e cambia soltanto quanto viene tolto ogni anno lungo la strada.
È questo il punto che sfugge quando si guarda l’1,8% come una percentuale piccola. Non è infatti l’1,8% del rendimento, ma l’1,8% del capitale, tolto ogni anno, anche negli anni in cui il capitale scende.
Le tre domande da fare e la risposta che ti è dovuta
I numeri qui sopra descrivono il mercato nel suo complesso. Per il tuo caso però servono tre risposte precise, che chi gestisce i tuoi investimenti è tenuto a darti.
Qual è il costo totale annuo in euro, non in percentuale? È la cifra che il rendiconto costi e oneri riporta già calcolata. Chiederla in euro perciò toglie di mezzo l’effetto ottico delle percentuali piccole.
Quanto di quel totale torna alla banca? La separazione fra costi del servizio e costi del prodotto è obbligatoria: la prima voce è quello che paghi per essere seguito, mentre la seconda è quello che paghi per il prodotto in sé.
Esiste uno strumento equivalente a costo inferiore e perché non è stato scelto? La risposta potrebbe essere buona — ad esempio un vincolo di piattaforma, una copertura valutaria oppure un mercato senza alternativa passiva adeguata. Deve però esserci.
Se la terza domanda non ottiene risposta, hai comunque imparato qualcosa.
Dove il ragionamento sui costi si ferma
Qui però devo essere onesto su due cose che il confronto qui sopra non regge.
Non tutti i fondi hanno un equivalente passivo. Nel mio database nessun fondo costa meno del suo ETF, però fuori dal database i casi esistono. Ad esempio su mercati poco liquidi oppure molto specifici l’alternativa a basso costo a volte non c’è, oppure replica male l’indice. La differenza mediana di 1,57 punti descrive la maggior parte del mercato italiano, non ogni singolo caso.
Il TER non è il costo totale. Esclude infatti i costi di transazione interni, lo spread e il cambio valuta. Perciò i numeri di questo articolo sono una stima per difetto, per entrambe le colonne.
Soprattutto però: un portafoglio a basso costo non è per questo un buon portafoglio. Ho analizzato portafogli sotto lo 0,30% annuo che nei cinque anni precedenti avevano reso venti punti in meno di un equivalente diversificato, per concentrazione e non per costi. Il costo è la prima cosa da misurare, non l’ultima. Leggilo insieme al modo in cui è costruito il portafoglio: di solito le due cose si tengono soltanto insieme.
Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. I dati sui TER provengono dal database strumenti di questo sito, costruito leggendo i KID dei singoli prodotti. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.
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