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Inflazione: il ladro silenzioso del tuo patrimonio

Fra il 2022 e il 2025 i prezzi italiani sono saliti del 17,1%. Perciò chi ha lasciato 100.000 euro fermi sul conto ne ha persi 14.629, per quanto non siano comparsi su nessun estratto conto.

⏱ 7 min di lettura·Roberto Cavallo, CFI

Se avessi lasciato 100.000 euro sul conto corrente il 1° gennaio 2022, oggi ne avresti ancora 100.000. Il saldo sarebbe rimasto identico a quello di allora, con i prezzi che nel frattempo si sono mossi. Perciò quella somma comprerebbe oggi quello che nel 2022 costava 85.400 euro.

È semplice aritmetica sui dati ISTAT già pubblicati: nessuna proiezione, nessuno scenario. Nessuna delle cifre che seguono dipende da come andranno i mercati nel prossimo futuro, poiché riguardano soltanto quello che è già successo. Vediamo da dove esce quel numero e cosa se ne fa.

Il quadriennio che ha fatto il danno

AnnoInflazione media annua (NIC)
2022+8,1%
2023+5,7%
2024+1,0%
2025+1,5%
Effetto cumulato+17,1%

Fonte: ISTAT, indice NIC dei prezzi al consumo, medie annue.

I singoli anni si compongono fra loro, non si sommano, perciò oggi servono 117,10 euro per comprare quello che nel 2021 ne costava 100. La liquidità rimasta ferma su un conto ha perso 14.629 euro ogni 100.000 in quattro anni.

Nessuno però te li ha addebitati e non compaiono su nessun estratto conto né su alcuna comunicazione della banca. Sono semplicemente i prezzi che si sono spostati sopra un saldo rimasto fermo: la perdita esiste per quanto non sia scritta da nessuna parte.

Perché il rendimento che conta non è quello che leggi

Il rendimento nominale è il numero che leggi sull’estratto conto. Il rendimento reale è invece quello al netto dell’inflazione e dovrebbe essere l’unico che guardi per capire se sei più ricco di prima.

La formula esatta è quella di Fisher: (1 + rendimento) diviso (1 + inflazione), meno 1. Ad esempio con un rendimento del 5% e un’inflazione del 3% il risultato è 1,94%, non 2%. La sottrazione veloce sovrastima sempre il risultato, per quanto di poco.

La conseguenza pratica è che un rendimento positivo può rivelarsi una perdita. Il 2% con l’inflazione al 3% corrisponde a meno uno per cento di potere d’acquisto, per quanto il saldo sia comunque salito. Perciò il numero nominale da solo rassicura più di quanto dovrebbe.

Il conto deposito: dipende dall’anno

Qui devo però correggere un’affermazione che si legge spesso, compresa una versione precedente di questa pagina: «il conto deposito non batte mai l’inflazione».

Non è vero e il conto lo mostra: prendiamo un deposito vincolato al 3% lordo. L’imposta del 26% sugli interessi porta il netto al 2,22%, perciò quello che resta dipende interamente da quanto corre l’inflazione in quello stesso anno.

ScenarioRendimento reale
Inflazione al 2,5%−0,27%
Inflazione all’1,0% (come nel 2024)+1,21%

Perciò l’affermazione corretta è un’altra: il conto deposito protegge il potere d’acquisto quando l’inflazione è bassa e non lo protegge quando è alta. Sfortunatamente è proprio quando l’inflazione sale che serve la protezione ed è lì che lo strumento smette di funzionare.

Nel 2022, ad esempio, con l’8,1% nessun deposito bancario italiano si è avvicinato a coprirla. Non è uno strumento sbagliato in assoluto: va valutato anno per anno, con un esito che dipende da una variabile fuori dal tuo controllo.

Quanta liquidità ha senso tenere

La risposta però non è «meno possibile», poiché la liquidità ha una funzione che gli altri strumenti non possono svolgere: essere disponibile subito, al valore pieno, nel momento peggiore.

Il fondo di emergenza — in genere da un minimo di tre mesi di spese fino a un massimo teorico di sei, di più se il reddito è variabile — non è un investimento sbagliato. È piuttosto un’assicurazione e come ogni assicurazione ha un premio da pagare: quel premio è l’inflazione che ne erode il valore anno dopo anno.

Lo stesso vale poi per il denaro con una scadenza vicina: ad esempio l’acconto di una casa fra due anni non dovrebbe essere investito in azioni. Il costo dell’inflazione su quella somma è il prezzo della certezza di ritrovarla intera quando servirà.

Il problema comincia però oltre quella soglia, dove la liquidità smette di svolgere una funzione e rischia di diventare soltanto un costo. Tenere fermi 150.000 euro quando ne bastano 20.000 non è prudenza: è una decisione di investimento presa senza accorgersene, con un rendimento atteso reale negativo ogni volta che l’inflazione supera i tassi di deposito.

Due domande prima di spostare qualcosa

Il calcolo qui sopra produce un numero, non una decisione. Fra i due passa difatti una verifica in due passaggi, che si sistema in una sera.

Quanto ti serve davvero disponibile entro dodici mesi? Quanto risulta già impegnato, non quanto ti fa stare tranquillo: spese ricorrenti, imposte, scadenze note e la franchigia di un imprevisto plausibile. Quasi sempre è una cifra più bassa di quella che si tiene ferma, spesso di parecchio.

Il resto ha una scadenza o no? Il denaro con una data — l’acconto, la ristrutturazione, la retta — dovrebbe seguire la data, non i mercati. Il denaro senza data segue invece l’orizzonte, poiché un orizzonte lungo è quello che rende sopportabile un’oscillazione.

La distinzione sembra sottile, però non lo è. Due persone con lo stesso saldo e la stessa età possono avere risposte opposte, poiché una ha un acconto da versare fra diciotto mesi e l’altra no. Il numero sul conto non contiene questa informazione e nessun calcolo sull’inflazione la ricava.

Chi mette in fila queste due risposte di solito scopre due cose insieme: che il fondo di emergenza è sovradimensionato e che una parte di quel denaro non ha alcuna scadenza da rispettare. È su quella parte che il conto dell’inflazione pesa per intero.

Il resto — quanto, dove, con che rischio — non si decide leggendo un articolo. Senza queste due risposte non si decide affatto: si rimanda. Inoltre, una volta separata la parte che non ha scadenza, va valutata l’opportunità di darle un orizzonte esplicito, che è poi quello da cui dovrebbe derivare tutto il resto.

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Cosa questi numeri non ti dicono

L’inflazione media non è la tua inflazione. L’indice NIC pesa un paniere nazionale, uguale per tutti. Ad esempio se sei proprietario di casa senza mutuo l’impatto dei costi abitativi su di te è diverso; se hai figli a scuola o un mutuo a tasso variabile, vale lo stesso. Il 17,1% è una media e quasi sempre la spesa di una singola famiglia se ne discosta.

Le azioni battono l’inflazione nel lungo periodo, non in ogni periodo. Nel 2022 l’inflazione è salita mentre i mercati azionari scendevano: quell’anno investire non ha protetto nulla. È un fatto statistico misurato su decenni, non una garanzia annuale valida sempre. Chi la vende come tale sta vendendo altro.

Questo articolo non ti dice quanto investire. Dipende da quando ti servono quei soldi e da quanto puoi vederli oscillare senza cambiare idea. Dice però una cosa sola: lasciare la liquidità ferma non è l’opzione neutra. Anche in quel caso è una scelta, per quanto silenziosa, con un costo che ora puoi calcolare.

⚖ Nota

Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. Dati di inflazione: ISTAT, indice NIC, medie annue 2022–2025. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.

📖 Termini utili dal glossario
Nota: contenuto a scopo informativo ed educativo. Non costituisce consulenza finanziaria personalizzata ai sensi del D.Lgs. 58/1998 (TUF) né raccomandazione di investimento. Per una valutazione sul tuo caso specifico, prenota una consulenza.