Gli errori finanziari non sono distribuiti a caso lungo una vita. Seguono le fasi che si attraversano: i primi stipendi, la casa, il consolidamento, la pensione che si avvicina.
Il vantaggio però sta proprio qui: essendo legati alle fasi, tendono a essere prevedibili. Chi li conosce in anticipo riesce spesso a evitarli oppure a correggerli quando costano ancora poco.
Vent’anni: il tempo, che è l’unica cosa che non torna
L’errore tipico di questo decennio non è una scelta sbagliata: è una non-scelta. Si rimanda di solito perché «si guadagna ancora poco» e perché «c’è tempo», due motivi che sembrano ragionevoli entrambi.
È il ragionamento esattamente rovesciato. A vent’anni il denaro è la risorsa scarsa, mentre il tempo è quella abbondante: perciò conviene mettere al lavoro quella che si ha, anche in misura minima.
Il confronto più utile è fra due persone che arrivano quasi allo stesso traguardo partendo da età diverse.
| Piano di accumulo fino a 65 anni, rendimento 6% | Versato | Risultato |
|---|---|---|
| 100 €/mese da 22 anni | 51.600 € | 242.300 € |
| 250 €/mese da 35 anni | 90.000 € | 251.100 € |
Chi comincia a trentacinque anni deve versare due volte e mezzo tanto ogni mese e complessivamente 38.000 euro in più, per arrivare quasi allo stesso punto.
Non esiste una scelta di prodotto che compensi tredici anni di anticipo, poiché quella differenza non deriva dallo strumento. Perciò l’errore dei vent’anni è il più caro di tutti, pur essendo il meno drammatico da vivere: non accade niente di visibile, però nel frattempo si sta rinunciando a qualcosa.
Trenta e quaranta: tutto dentro la casa
Con la stabilità del reddito arriva quasi sempre l’acquisto della casa e con l’acquisto arriva l’errore di metterci dentro ogni euro disponibile. Nessuno sbaglia però a causa dell’età che ha: c’è soltanto una tendenza che in questa fase si ripete.
Il problema non è comprare casa. È restare senza margine: se un imprevisto arriva mentre il patrimonio è tutto dentro un bene illiquido, le uscite che restano possono essere due, cioè indebitarsi di nuovo oppure vendere in fretta. Vendere in fretta è il modo peggiore di vendere un immobile.
C’è poi la concentrazione, che raramente si nota se non la si cerca: casa in Italia, lavoro in Italia, contributi all’INPS, spesso BTP. Sono quattro esposizioni allo stesso paese, collocate in quattro posti diversi della vita.
Il correttivo non è rinunciare alla casa. È costruire in parallelo un fondo di emergenza e una componente liquida diversificata, anche con importi piccoli, prima di impegnare tutto il risparmio disponibile.
Cinquanta: il decennio dei prodotti costosi
È l’età in cui il capitale accumulato diventa una cifra rilevante e in cui tendono a essere proposti gli strumenti più complessi: polizze a gestione separata, unit-linked, fondi a gestione attiva.
Il costo però è il punto. Nei KID che ho letto per costruire gli strumenti di questo sito, il TER mediano di 719 fondi collocati in Italia è dell’1,80%, contro lo 0,20% degli ETF equivalenti: 1,57 punti di differenza mediana a parità di mercato.
Ad esempio su un capitale di 200.000 euro quella differenza vale circa 3.100 euro l’anno. Applicati per quindici anni, con l’effetto composto, possono diventare decine di migliaia di euro.
A cinquant’anni restano ancora quindici o vent’anni di accumulo: è un tempo abbastanza lungo perché la differenza conti e abbastanza corto perché convenga verificarla adesso.
Sessanta e oltre: la paura che costa
Qui l’errore si rovescia. Non si investe troppo: si investe spesso troppo poco, poiché si teme di perdere proprio quando quel denaro servirà.
L’intuizione è comprensibile, però l’aritmetica la contraddice. Una pensione che dura venticinque anni ha un orizzonte lungo, non corto: il denaro che servirà a ottant’anni ha vent’anni davanti a sé.
Nel frattempo l’inflazione lavora comunque. Fra il 2022 e il 2025 i prezzi italiani sono saliti del 17,1% (ISTAT) e il denaro fermo ha perso circa il 14,6% del suo potere d’acquisto: su un capitale destinato a durare decenni, azzerare il rischio di mercato significa accettarne un altro, che è però uno certo.
La correzione non è investire come a quarant’anni. Serve piuttosto distinguere i soldi dei prossimi cinque anni, che stanno al sicuro, da quelli dei successivi venti, che devono ancora crescere.
Il correttivo, che è lo stesso per tutte le fasi
Non serve una strategia diversa per ogni decennio. Serve piuttosto una revisione periodica che faccia sempre le stesse tre domande, cioè le tre che ognuno si dovrebbe porre almeno una volta l’anno.
Cosa è cambiato nella mia vita dall’ultima volta? Un figlio, un cambio di lavoro, un’eredità, una separazione: sono eventi che possono spostare orizzonte e vincoli molto più di qualunque movimento dei mercati. Quasi nessuno però rivede il portafoglio nel momento in cui accadono.
Quanto mi serve e quando? Le somme che hanno una data escono dalla parte investita a lungo termine, sempre. L’elenco di quelle date cambia ogni pochi anni, perciò va riscritto per intero invece che ricordato a memoria.
Quanto sto pagando adesso? Il costo di un portafoglio non si controlla una volta sola: i prodotti cambiano condizioni, spesso vengono fusi in altri e nel frattempo le alternative migliorano.
Una volta l’anno è sufficiente. È molto meno di quanto la maggior parte delle persone dedichi a scegliere una vacanza e vale ordini di grandezza in più.
Il filo comune
Se si guardano i quattro errori insieme, si vede che hanno tutti la stessa struttura. In ogni fase si applica difatti un ragionamento che era corretto nella fase precedente, mentre nel frattempo i vincoli sono cambiati.
A vent’anni si ragiona come da studenti, quando davvero non c’era niente da investire. A trenta si ragiona come a venti, quando la liquidità non serviva perché non c’erano impegni. A cinquanta si delega come si è sempre fatto, ma su cifre che rendono il costo della delega molto più caro. A sessantacinque si applica la prudenza giusta per l’anno successivo a un capitale che deve durare venticinque.
Quando hai rivisto l’ultima volta il tuo portafoglio pensando alla fase in cui sei adesso e non a quella in cui l’avevi costruito?
Cosa questo schema non coglie
L’età anagrafica non è la fase. Sono due cose diverse: un cinquantenne al primo figlio e uno con i figli già usciti possono avere lo stesso decennio e vincoli opposti. Le fasi sono definite dagli impegni che uno ha davanti, non dalla data di nascita. Perciò lo schema per decenni serve a riconoscere l’errore, non a stabilire in quale casella ti trovi.
Le percentuali di rendimento sono ipotesi. Il 6% delle tabelle è una media plausibile, non una promessa ed è al lordo di imposte, costi e inflazione. La direzione del confronto regge comunque, l’entità no. Perciò quelle cifre vanno lette come ordini di grandezza, non come previsioni.
Correggere un errore non equivale a non averlo fatto. Chi comincia a quarant’anni non recupera i vent’anni persi: costruisce il migliore risultato possibile da lì. È molto meglio del non fare niente, però è onesto dire che non è la stessa cosa.
Fissa quella revisione a una data precisa dell’anno: un controllo che dipende dal ricordarsene tende a saltare proprio negli anni in cui servirebbe di più.
Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. Dati sui TER: database strumenti di questo sito, letti dai KID. Inflazione: ISTAT, indice NIC 2022–2025. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.