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Le correzioni di mercato: quanto sono frequenti e quanto durano davvero

Dal 1950 l’S&P 500 ha avuto 38 correzioni e 14 bear market. Sapere quanto durano, prima che accadano, è quasi tutto quello che serve.

⏱ 7 min di lettura·Roberto Cavallo, CFI

Ogni volta che i mercati scendono, i titoli dei giornali parlano di crollo. La parola usata è quasi sempre la stessa per un calo del 6% e per uno del 40%. Sono però due fatti molto diversi fra loro e quella parola sola rischia di essere già parte del problema.

I numeri, invece, distinguono meglio di quanto faccia il linguaggio dei titoli: sono pubblici e coprono oltre settantacinque anni di storia. Sapere quanto durano le tre categorie è quasi tutto quello che serve per non reagire male: da lì dipende in gran parte il tempo che dovrai aspettare.

Le tre categorie e quanto sono frequenti

Sull’indice S&P 500, dal 1950 a oggi:

Tipo di ribassoQuante volte dal 1950Recupero tipico
Pullback (5–10%)molto frequente, quasi ogni annocirca 3 mesi
Correzione (10–20%)circa 38 episodicirca 8 mesi
Bear market (oltre 20%)14 episodida uno a due anni, a volte molto di più

Elaborazione su dati storici dell’indice S&P 500 dal 1950.

Quattordici bear market in settantacinque anni fanno circa uno ogni cinque. È perciò un evento normale: capita alcune volte nell’arco di una vita da investitore.

Una correzione del 10–20%, invece, è quasi ordinaria amministrazione: chi investe per trent’anni ne attraverserà una quindicina.

Perché la distinzione cambia le decisioni

Il costo di confondere le categorie non è teorico.

Chi vende durante un pullback blocca una perdita che in genere si sarebbe chiusa in tre mesi e resta fuori nella fase di recupero, che di solito è rapida e senza preavviso. Ha trasformato un’oscillazione passeggera in una perdita che a quel punto è diventata definitiva.

Chi invece tratta un bear market come un pullback commette l’errore opposto: aspetta il rimbalzo di poche settimane, che però spesso non arriva. La delusione ripetuta lo porta a vendere più in basso di quanto avrebbe fatto decidendo subito.

Il punto non è prevedere in quale categoria si sta entrando: mentre accade le tre categorie non possono essere distinte con certezza. Serve piuttosto sapere in anticipo che esistono e di decidere prima come ci si comporta in ciascuna.

Il caso peggiore, che va conosciuto

Le medie rassicurano e perciò vanno accompagnate dagli estremi.

L’indice Nasdaq toccò il massimo il 10 marzo 2000 a 5.048 punti e scese fino a 1.114 il 9 ottobre 2002, ossia il 77,9% in meno. Tornò al livello del 2000 soltanto il 23 aprile 2015, il che vuol dire quindici anni.

Chi aveva concentrato tutto su quell’indice ha dovuto aspettare quindici anni per tornare al punto di partenza, senza contare l’inflazione del periodo. È un caso estremo su un indice settoriale molto concentrato ed è esattamente per questo che va tenuto presente: le medie di recupero valgono per portafogli diversificati, non per scommesse concentrate.

Perché il ribasso sembra sempre peggiore di quanto sia

C’è una ragione strutturale per cui una discesa del 12% viene vissuta come un evento eccezionale. I motivi sono tre e nessuno di essi riguarda i mercati: riguardano tutti il modo in cui si osservano i mercati stessi.

L’asimmetria della percezione. Una perdita pesa psicologicamente più di un guadagno della stessa entità ed è una sproporzione che quasi tutti si portano dietro. È un tratto documentato da decenni di ricerca sul comportamento che però raramente si corregge sapendo che esiste: si compensa piuttosto decidendo in anticipo.

La frequenza con cui guardi. Su base giornaliera un portafoglio azionario chiude in negativo circa quattro giorni su dieci, mentre su base annuale scende a circa tre anni su dieci. Chi controlla il portafoglio ogni giorno si espone perciò a centinaia di piccoli dispiaceri l’anno e ciascuno di essi potrebbe costare una decisione sbagliata.

La copertura mediatica è asimmetrica. Le discese fanno notizia, mentre le risalite lente non ne fanno quasi mai. Ad esempio il recupero dopo il marzo 2020 è stato rapidissimo e ha occupato una frazione dello spazio che era stato dedicato al crollo.

Il rimedio più efficace non è la forza di volontà: è guardare meno spesso. Una verifica trimestrale in genere è sufficiente per un portafoglio di lungo periodo e riduce di circa sessanta volte le occasioni di sbagliare.

Il numero che conta non è la profondità

Fra due portafogli che scendono entrambi del 25%, quello che si riprende è il portafoglio di chi non ha dovuto vendere. La profondità del ribasso in quel caso è la stessa, mentre l’esito finale è completamente diverso.

Perciò la variabile decisiva non è quanto scende il mercato, ma per quanti mesi puoi permetterti di non toccare quei soldi. È infatti una caratteristica della tua situazione e non del mercato. È un dato che conosci già senza bisogno di alcuna previsione.

Chi ha un fondo di emergenza capiente e nessuna scadenza vicina in genere attraversa un bear market come un fatto spiacevole. Chi ha invece le stesse posizioni ma deve pagare qualcosa fra dodici mesi lo attraversa come un’emergenza e quasi sempre finisce per vendere.

È la stessa discesa, misurata sullo stesso indice, che però porta a due esiti completamente diversi. La differenza si è costruita anni prima, nel momento in cui si è deciso quanto tenere liquido.

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Cosa farne prima che serva

La decisione utile si prende adesso, non durante. Ci sono tre domande che varrebbe la pena mettere per iscritto oggi, prima che la discesa arrivi.

Di quanto può scendere il mio portafoglio? Non «quanto potrebbe fare il mercato», ma quanto il tuo, con la ripartizione che hai adesso. Un portafoglio 60/40 in un bear market azionario tende a perdere molto meno di uno interamente azionario. Conoscere quel numero in anticipo cambia la reazione più di qualsiasi ragionamento fatto sul momento.

Ho denaro che mi serve nei prossimi tre anni dentro quel portafoglio? Se sì, il problema non è il mercato: è l’allocazione e si corregge ora che i mercati sono dove sono.

Cosa faccio se scende del 30%? La risposta scritta oggi vale quasi sempre molto più di quella improvvisata allora: adesso stai decidendo a mente lucida. Chi ha deciso in anticipo di ribilanciare compra; chi non ha deciso nulla guarda i titoli dei giornali.

Metti per iscritto anche la soglia oltre la quale intervenire, poiché una regola scelta a freddo è quella che tende a reggere quando i giornali dicono il contrario.

Cosa questi dati non dimostrano

Sono statistiche americane su un periodo favorevole. Il mercato azionario statunitense dal 1950 è stato uno dei più performanti della storia, perciò le medie che se ne ricavano sono ottimistiche. Altri mercati hanno avuto recuperi molto più lenti: ad esempio l’indice giapponese ha impiegato oltre trent’anni a tornare ai livelli del 1989.

La media non è una promessa. Otto mesi di recupero medio da una correzione significano soltanto che alcune si sono chiuse prima e altre sono durate molto di più. Nessuno dei recuperi passati era garantito nel momento in cui stava accadendo.

Non dicono nulla su quando. Sapere che i bear market prima o poi finiscono non aiuta però a sapere quando finirà questo. Perciò questi numeri servono a decidere l’allocazione prima che serva, non le mosse da fare durante.

⚖ Nota

Contenuto educativo, non consulenza personalizzata. I rendimenti passati non garantiscono risultati futuri.

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Nota: contenuto a scopo informativo ed educativo. Non costituisce consulenza finanziaria personalizzata ai sensi del D.Lgs. 58/1998 (TUF) né raccomandazione di investimento.